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Niente da nascondere
Niente da nascondere

Esterno giorno, una palazzina in un quartiere residenziale immerso nel verde. L’inquadratura resta  fissa, a lungo, nulla si muove, passa qualche macchina, l’azione sembra svolgersi altrove. Eppure,  sin dal primo fotogramma, Haneke si cimenta subito con il suo gioco preferito, accomunando  nell’apparente normalità il triplice sguardo dello spettatore, dei suoi personaggi e del loro invisibile  carnefice. Quello che vediamo infatti è il primo di una serie di video che un misterioso stalker (così  si chiamano oggi i molestatori a distanza, con buona pace di Tarkovskij) invia ad una ignara  famiglia altoborghese costituita da madre, padre e figlio adolescente, dannatamente simile a quelle  di Funny Games, de Il settimo continente, di Benny’s Video, tutte destinate, si sa, a fare una brutta  fine. Come un sasso nello stagno, il primo video arriva ad increspare la superficie apparentemente  tranquilla di una quotidianità benestante, di personaggi di successo : Anna lavora in una casa  editrice, Georges conduce un programma televisivo di cultura. È proprio il suo apparire in video che  lo rende vulnerabile e alla portata del suo persecutore. La televisione infatti nei film di Haneke è da  sempre un (s-)oggetto pericoloso, in quanto giustifica attraverso il filtro mediatico la ripetizione di  una violenza quindi solo apparentemente “distante” : la riproposizione per immagini di un evento  reale, non solo nel cinema ma anche nella fotografia (quesito che viene posto da un personaggio di  Storie ma che era già presente in Tre sentieri per il lago di Ingeborg Bachmann di cui Haneke ha  realizzato una trasposizione cinematografica nel 1976) serve veramente a farlo comprendere ? Alla  prima misteriosa videocassetta ne seguono altre, che gradualmente portano Georges a seguire un  percorso che si snoda in una inquietante (nella sua normalità) periferia urbana e allo stesso tempo  nella sua memoria. Gli indizi sono stati abilmente disseminati e il puzzle sembra avere una sua  soluzione quando, improvvisamente, a sconvolgere le carte esplode la tragedia, immotivata, e  ancora una volta filtrata da una violenza che appartiene prima di tutto all’atto del vedere. Il gioco  (funny game) è finito ? Niente affatto : divertendosi come il gatto con il topo, questo maestro della  sottrazione e dell’omissione (“le chiavi magiche per catturare l’attenzione dello spettatore” ha  scritto in un saggio dedicato a Bresson) riapre la vicenda con un finale che è un capolavoro di  ambiguità e che sfida nuovamente lo spettatore ad aguzzare la vista per indovinare “l’intruso”. Il  film ha rischiato di vincere la palma d’oro alla scorsa Cannes ma poi si è dovuto accontentare del  premio per la migliore regia. 

Giovanella Rendi