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Mulholland Drive
Mulholland Drive

Una non-recensione per un non-film  Silenzio, non piangere  Betty che insegue il sogno rosa di Hollywood, Rita che fa della sua identità l’incarnazione di un  sogno (lei, che sceglie di chiamarsi come un’attrice morta, piuttosto che come un personaggio  immortale). La bionda, determinata e spietata, che vuole irrompere nella mente perduta del suo  doppio (o)scuro. Lentamente, Betty che diventa attrice, Betty che si incarna in Rita, che riempie la  sua vita (o la sua non-vita, non ancora morte) con un corpo senza memoria, con la memoria di un  corpo ormai svuotato. Burattini senza fili queste donne lynchiane, che parlano e parlano nei sogni,  che cadono a terra, morte, mentre il loro playback continua ad esistere: una visione nuda,  pornografica e orrorifica insieme, della realtà e del suo senso nascosto dietro l’apparire quotidiano,  e oltre l’altrettanto quotidiana scomparsa dell’esistenza.  Mulholland Drive è una strada teatrale che penetra nel playback del vivere e morire, lo mostra  nell’unico modo possibile: nascondendolo. La donna, unica, ma scissa in due corpi/visioni  differenti, piange di fronte a questo disvelamento: il silencio come unica ragione.  Mulholland Drive come silenzio, visto e sentito. L’assenza silenziosa è l’unico senso che rimane  sullo schermo, visibile nelle lacrime di Betty e Rita, perché è un senso che non può esistere senza il  suo contrario, senza quell’illogicità che tuttavia lo nasconde.  Betty e Rita sono due spettatori che piangono per una voce che non ha corpo, per un corpo che non  ha voce e che tuttavia canta, sembra cantare. Piangono la mistificazione del reale, piangono la sua  rivelazione paurosa: l’unico teatro possibile per l’esistenza (di vita e morte insieme) è il sembrare  che non è, la consapevolezza che l’essenza sarà sempre presente, ma silenziosa, quindi assente ma  contemporaneamente sentita.  L’evidenza della morte  Di fronte all’evidenza della morte Rita cambia il proprio corpo, una parrucca bionda che la allontani  dall’incubo di sapersi senza vita. E diventa allora un mescolarsi sempre più stretto di corpi e  percezioni, un cambiarsi che la avvicina al suo altro, al suo identico opposto, che la porta a  mascherarsi da bambola bionda, in realtà a lasciarsi spogliare, per mostrare la sua identità più vera,  uguale ed opposta a quella di Betty. Mulholland Drive come vertigine tra le identità viventi, che  vivono, che stanno per rinascere, e morenti, che muoiono in eterno, che iniziano a morire.  Di fronte all’evidenza della morte Betty, piccola stella già sul Viale del Tramonto (già morente  prima di iniziare a vivere o in realtà una morta che gioca a vivere ancora), si appropria del corpo  morto, con l’esigenza di incarnarsi più profondamente nell’altra se stessa, di prendere su di sé il  senso di morte che le appartiene e per cedere una parte di vita affinché l’incubo si mantenga vivo:  questo è l’istinto insopprimibile per cui la visione dell’assenza di vita porta a desiderare l’amore che  genera vita. Che sembra generarlo: il sesso come reazione ad una morte non accettata.  Mulholland Drive è autoerotismo che nega vita e amore, che sa di sterilità e di incapacità  procreativa, che si dipana attraverso un profondo senso di silenzio.  Recto – Verso  Il primo sogno, la prima visione che Lynch ci propone è già un mistero, una caccia alla scoperta  dell’identità di una donna. Ma spaccare il film in due parti non aiuta certo a orientarsi tra i rimandi  nascosti e le rime interne che continuamente si intuiscono, senza esplicitarsi mai.  Rime interne: Mulholland Drive è una strada percorsa sempre due volte in due sensi diversi, non  sempre opposti ma sempre nuovi. Una Cadillac che si schianta in un terribile frontale per poi  ritornare di nuovo a percorrere quella stessa strada, un cubo misterioso, blu, che sembra provenire  dallo spazio, da un altro mondo, una sorta di monolito sempre presente, che ricompare, ancora blu,  nei momenti fondamentali (subito, all’inizio, poi nel Teatro del Silenzio, nel momento centrale del  film, alla fine tra le mani dell’uomo nero); una donna, mora, che risorge miracolosamente da un  incidente mortale e che lentamente deve ricostruirsi, reinventarsi, vivere una seconda volta ad  immagine e somiglianza di un’altra donna, questa volta bionda, per poi tornare, uguale e diversa da  se stessa, ancora mora, ma con un nome ed un cognome definiti, Camilla Rodhes, e con un mestiere  altrettanto definito ed evocativo: l’attrice.  Betty la bionda è qualsiasi personaggio del film e di film, giace sul divano come Grace Kelly,  mostra nei suoi profili una strana somiglianza con Nicole Kidman, si cambia ancora diventando  simile alla bionda Meg Ryan. Betty, che si addormenta risvegliandosi Diane, Betty attrice di talento  e piena di speranza che si ritrova su Mulholland Drive, viaggiando in attesa dello schianto  definitivo. E poi i provini, gli anni ‘50 che ci catapultano in un nuovo film solo per dichiararci  ancora che, alla fine, è solo un film: il mondo di Hollywood da piccolo e idealista, pieno di sogni  semplici ma ben congeniati, si trasforma in un ammasso di gente diversa, che si raccoglie tutta sulle  colline attorno a Mulholland Drive, con quell’atmosfera lucida, ricca di lusso, in qualche modo  sfacciatamente amorale e drammatica, come fosse l’Anniversary Party migliore di tutta Hollywood.  E se questa macchina dei sogni funziona a pieno regime, nascondendo e mostrando intrighi e  malignità, il teatro che al contrario non fa rumore, che è nascosto, un po’ fuori mano, molto più in  basso, molto sotto la grande scritta bianca sulle colline, non produce la paradisiaca illusione della  realtà, ma un più crudele e mefistofelico disvelamento dell’illusione: la realtà è che nulla esiste, che  rimane solo il silenzio, nascosto sotto i sogni più verosimili.  Lungo le colline  Da una parte Betty, solare, vera, entusiasta, sognatrice. Sicuramente ci sospinge e ci attrae nella sua  storia, ci fa credere tutto. Lei è il primo piano che si vede, ciò che la Vita manifesta e in cui siamo  abituati a credere. Betty è per noi una figura bianca, decisa e ben contornata, il punto di ancoraggio  del film, il momento in cui tutto sembra cominciare ad avere senso.  Ma Betty chiama a sé il suo completamento, Rita: due donne che si incontrano e poi si cambiano a  vicenda, l’una nell’altra trovano la risposta consolatoria allo scompenso creato dal senso di morte;  insieme rappresentano il Sesso, in rima con la Vita, come reazione alla visione di se stesse morte  nell’appartamento di Sunset Blv, come gesto generativo che neghi e allontani la morte.  E come chiusura del cerchio ecco il mondo di Hollywood, il Cinema, un mondo creato, costruito,  che vende i sogni come fossero vita vera. Anch’esso come la Vita e il Sesso ha caratteristiche  generatrici, pur macchinando un rumore disturbante, pur creando esistenze fittizie e incroci  insensati tra l’apparire e l’esistere. Ma alla fine è così che deve essere: Vita Sesso e Cinema sono  solo delle macchie in primo piano che nascondono il senso ultimo e lo rivelano, attraverso le quali i  personaggi si spostano secondo una logica che va dal credere di esistere al bisogno di esistere fino  all’illusione di esistere.  Da qui la svolta: l’allucinazione si fa visibile e proprio in questo punto emerge del tutto il senso di  Morte così ostinatamente taciuto e celato. La Morte, come prima il Sesso, unisce le stesse due  donne, ora cambiate ma sempre uguali: Diane e Camilla sono ciò che di nuovo è nato in Betty e  Rita, ciò che esse stesse hanno generato insieme, ciò che il destino di morte ha reso manifesto.  Entrambe sono ora strettamente legate ad una fine violenta, i toni si fanno allucinati e cupi,  l’atmosfera diventa asfissiante e il Sesso non può più celare la Morte sempre più vicina.  Allora, se Betty non può più esistere in un mondo che sta scoprendo l’inconsistenza della Vita,  Diane è condannata all’Autoerotismo, un gesto solitario e disperato, che non ha futuro, ma che ha  molto in comune con la perdita del contatto illusorio con la realtà, con l’impossibilità di generare.  Masturbazione come gesto che decreta la sterilità più totale, che richiama direttamente la Morte,  come prima il Sesso esprimeva l’esigenza di Vita.  Un gesto che si perde nel Silenzio, come proprio la mancanza di rumore fa da contrappasso al  mondo chiassoso del Cinema: la rivelazione amara e insopportabile messa in scena dalla  Compagnia del Silencio è la morte delle illusioni di Hollywood. Quando l’illusione dei sogni crolla  non resta che il Silenzio. Ed è curioso come Lynch abbia voluto tratteggiare Sunset Boulevard con  toni chiari e verosimili, vitali, mentre abbia lasciato per Mulholland Drive le atmosfere più cupe e  allucinanti, che lasciano sulla strada un inquietante senso di morte.Come a dire che ciò che vediamo  non è altro che l’illusione dell’esistere, già condannata inevitabilmente a perdersi sul viale del  tramonto, mentre ciò che si attorciglia attorno alle verdi colline hollywoodiane non è altro che un  incubo in odore di morte. 

Francesca Bertazzoni