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Dogville
Dogville


Il cinema non c'è. Anzi, il cinema c'è, grandioso, prorompente, trascinante negli ultimi cinque minuti dei titoli  di coda durante i quali scorrono le fotografie,
sporche ingiallite sozze, di un America gretta, meschina,  impaurita ed ipocrita. I 140 minuti che li precedono costituiscono un abnorme prologo, estenuante come una  corsa in salita, che si sa che fa bene al fisico, ma quanta fatica e quanto patimento. Quanto patimento  scoprire, o forse è più giusto dire ricordarsi, che la natura umana è essenzialmente ipocrita ed egoista; che  sentimenti quali solidarietà, fratellanza, aiuto reciproco sono solo la facciata falsa che ricopre le case di una  piccola città di provincia. Ed è forse per questo che le mura di Dogville sono trasparenti; dalle strade della  piccola cittadina si può vedere, se solo si volesse guardare, quello che al loro interno accade. Ma è meglio  non essere costretti ad osservare case dove alberga la menzogna e la rabbia, la rassegnazione e  l'arroganza, la tacita ma ferma convinzione di bastare a sé stessi ed al mondo intero. Ed è qui, in questo  sperduto paese fra le montagne rocciose, dove la strada finisce e dopo è solo strapiombo e dirupi, che da  quel mondo da cui Dogville è fuggita arriva Grace (Nicole Kidman) in fuga anche lei, sperduta, atterrita, con  un disperato bisogno di protezione. La comunità sembra aprirsi alla ragazza, grazie anche ai sofismi di Tom  (Paul Bettany) che convince i suoi concittadini che aiutare una povera giovane in difficoltà è eticamente  corretto e socialmente augurabile. Ma c'è un prezzo da pagare. Grace si dovrà offrire spontaneamente di  aiutare gli abitanti nelle loro piccole faccende quotidiane. "Hai due settimane per farti accettare" le consiglia  Tom, amorevolmente.  La cittadina è uno scheletro di paese. Von Trier la disegna come se avesse avuto solo degli stuzzicadenti ed  un pò di gesso a sua disposizione. Il suolo è una lugubre lavagna nera dove tracciare le strade ed  abbozzare i giardini. Il cielo è un telone dove un pallido sole illumina il set dove si svolge il dramma. Dentro  di esso si muovono i personaggi come fossero figurine del presepe. Aprono porte inesistenti, si siedono su  panchine che danno sul nulla. Eppure, pur nella forzata teatralità dell'azione, sottolineata da dialoghi letterari  e forbiti, la macchina, rigorosamente a mano, del regista danese riprende un orrendo delitto dove anche se  non vediamo scorrere il sangue è impossibile non sentirne l'odore acre o coglierne l'allarmante presenza. La  scellerataggine dell'indifferenza e della malafede, la crudeltà della perfidia e della paura dell'altro diverso da  te: un delitto che non è possibile non compiere perché non si può abdicare alla propria natura. Come lo  scorpione di Welles, anche l'uomo non può fare a meno di colpire la rana che lo sta traghettando al di là del  fiume, anche se questo significherà la morte del trasportato oltre che quella del trasportatore. Fine che  puntualmente arriverà: più crudele del fattore che l'ha scatenata, più atroce della quotidiana sordida violenza  alla quale Grace - moderna Justine - è sottoposta, "chi la prendeva, al massimo veniva colto da quel leggero  imbarazzo che si può provare quando ci si approfitta di una mucca in montagna."  È la voce narrante, con uno stile da romanzo francese del '700, squisitamente letteraria, giocoso filo  conduttore, che Von Trier pone a commento, criminosamente imparziale, a ciò che ci mostra con il suo  personalissimo stile. Un linguaggio scarno ma ridondante di significati, una linea rinsecchita ma che germina  su un humus fertile di contenuti e colmo di concetti. I temi dell'integrazione e della tolleranza, del perdono e  della vendetta, della faida tra popoli confinanti, i mali che affliggono il mondo da quando l'uomo esiste su di  esso. Tematiche attualissime che oggi più che mai sono ferite aperte nella nostra coscienza di cittadini ricchi  di una terra ricca. E come non ambientare questa storia in America, la terra più ricca del pianeta?  Sicuramente, come già avvenne con "Dancer in the dark", qualcuno criticherà il regista danese per aver  parlato di un Paese, gli Stati Uniti, che non conosce. Ci sentiamo di rispondere come fece lui in  quell'occasione: "anche gli americani non erano mai stati a Casablanca quando girarono "Casablanca"".

Daniele Sesti