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Disastro a Hollywood
Disastro a Hollywood

Non cosi' scontato come lasciava presupporre dal trailer, “Disastro a Hollywood” è, si, una satira sull'industria hollywoodiana del cinema, ma anche un buon connubio tra tecnica registica e script, commento sonoro e dialoghi, il tutto condito da un'ottima prova d'attore per De Niro, nei panni non facili da indossare di un “looser”.   Ben (R. De Niro) è un produttore cinematografico di una certa importanza, che rischia di rimanere incastrato tra gli ingranaggi frenetici e, a volte imprevedibili, dello show business.   Dopo anni di onorata carriera, infatti, si trova a produrre un film interpretato da Sean Penn (nel ruolo di sé stesso), ma girato da un regista schizoide che inserisce un finale tanto macabro da far scappare gli spettatori della “proiezione zero”. Anche Ben è in sala e, attonito, dopo la scena di Penn colpito a sangue che caracolla giù per un piccolo dirupo, vede il cane del protagonista anche lui barbaramente trucidato dai sicari, poco prima dei titoli di coda. E' una bella gatta da pelare per Ben, che con il Festival di Cannes alle porte subisce continue pressioni dalla produttrice principale del film, per nulla disposta a perdere soldi per colpa del regista.   Ma i problemi sono appena iniziati. Il regista non prende bene le censure e ritorna ad usare droghe dopo un anno di sobrietà. Come se non bastasse, Ben si trova a dover discutere con un rissoso Bruce Willis, riluttante a tagliarsi la barba e a dimagrire per interpretare il protagonista di un nuovo film. Alla fine sembra tutto andare per il meglio. Willis accetta di tagliarsi la barba e il regista cambia finale, inserendo al posto della sequenza incriminata, una scena scartata in cui il cane lecca le ferite di Penn. O almeno questo è quello viene mostrato a Ben prima che tutto il cast e la produzione vada Cannes per la presentazione. Dopo un discorso in francese stentato da parte del regista, parte la proiezione e, di nuovo, il cane viene trucidato sul finale.   Qualcuno fischia, altri applaudono e Ben perde la faccia. Nessun rimprovero e tanti elogi ipocriti, rendono l'ending ancora più chiara. Il nostro protagonista è vittima degli eventi, lo sa lui, lo sa chi lo conosce e lo sa la sua ex moglie che, in fondo, sarebbe disposta a dargli un'altra chance.  De Niro, perde qualche chilo, si fa perdonare le ultime performance non troppo brillanti (pessimo in “Sfida senza regole”, dove viene letteralmente oscurato da quel diavolo di Al Pacino, un tempo suo alter ego) e, anche se a sprazzi, torna ad essere quello d'un tempo.   Sarà la mano esperta di Levinson (oscar alla regia per Rain Man nel 89), sarà la sceneggiatura (basata sul romanzo di Art Linson “What Just Happened? Storie Amare dal fronte di Hollywood”), cosi' realistica e grottesca allo stesso tempo, fatto sta che Bob dice ancora la sua a cospetto di attori del calibro di Sean Penn, John Turturro e Bruce Willis.  Il montaggio merita un plauso per il suo dinamismo, perfetto per rendere meno scontati alcuni dialoghi. 

Leonardo Giomini